Valeria

Progetto FotograficaMente – Intervista a Valeria

Oggi parliamo di Valeria.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistarla per “FotograficaMente”, il nostro progetto sulla salute mentale, facendoci raccontare la sua storia…

Ciao Valeria, presentati…

Buonasera, mi chiamo Valeria, abito in un piccolo paesino del Molise vicino Termoli, si chiama Montecilfone e…nel 2015, è iniziato un percorso particolare della mia vita. Da premettere che ho sofferto sempre di depressione molto avanzata e poi nel 2015 ho avuto un incidente stradale e questo mi ha cambiato totalmente la vita, perché se da una parte ho toccato il fondo, ho toccato con mano l’inferno, dall’altra parte poi è stato un cambiamento notevole perché ho conosciuto il Centro Diurno, il CSM di Termoli, diretto dal Dottor Malinconico, e lì è iniziata la mia nuova vita.

All’inizio non è stato tutte rose e viole perché veramente ci sono arrivata “a mani e piedi”, infatti non c’erano presupposti per cui io potessi recuperare la mia persona, e quelli sono stati degli anni particolari, fatti di incontri, sedute e, soprattutto, tante tante pillole: psicofarmaci da paura. Penso sempre che neanche un tossicodipendente abbia preso ciò che ho preso io. Infatti tante volte alcuni dottori mi dicono: “ma tu ricordi quegli anni?” – sono passati quattro anni – e io mi ricordo ogni singolo giorno, ogni singola emozione. Che poi alla fine non penso sia stata una forma di depressione, ma proprio una lotta con me stessa. Doveva uscire qualcosa di buono, la vera persona . Poi abbiamo capito che non è stato l’incidente in se e per se, ma una sintesi di situazioni della mia vita fino ai 37 anni che hanno complicato tutto il susseguirsi. Sono sempre stata aperta, estroversa, però tante situazioni le ho implose dentro, e poi superata la soglia della tolleranza sono esplosa. Però ringrazio Dio ogni giorno per aver avuto quell’incidente e poi la storia che ne segue, altrimenti non sarei qui a parlare di tutte le cose che ho fatto fin’ora.

Raccontaci delle tue passioni…

Allora, quando sono andata al Centro Diurno ero talmente imbottita di medicine e psicofarmaci che l’unica stanza in cui stavo era la “Camera dei Russi”: io dormivo perennemente, infatti penso che quel divano abbia preso ormai la forma della mia schiena. Mi ricordo che litigavo sempre con un’altra paziente, perché anche lei stava molto male, ma il divano era mio, io dormivo in continuazione, infatti non ricordo nemmeno come facevo a prendere il pullman da Montecilfone a Termoli, per venire qui all’ospedale vecchio, andavo direttamente a dormire, non salutavo, non vedevo le persone, ero io sola e cercavo il divano. Poi ci sono stati vari tentativi, gli operatori cercavano di coinvolgermi nelle attività, però io niente, tabula rasa. Poi mi ricordo che – ancora non iniziavo a star bene – un giorno entrai in cucina. Mi ricordo Giustina, che poi divenne il mio operatore di riferimento, che mi chiese di preparare qualcosa. E lì iniziai a stare bene, poi stavo sempre in cucina [ride]. Ripresi una passione già nata a casa, mi piaceva cucinare, fare i dolci, quando c’era mia madre a casa mi diceva sempre: “Stai vicino a me e osserva, ruba”. Ci fu una bella intesa con Giustina perché preparavamo il menù, facevamo torte, eccetera. Dì la poi venne l’idea di farmi fare un corso di pasticceria tramite gli operatori. Fu una bellissima esperienza, a Campobasso, poi facemmo anche un concorso a Sepino, tramite la Croce Rossa, e arrivammo al secondo posto. Successivamente iniziai a voler trasformare questa mia passione in un lavoro. Mi sono adoperata, anche se non è stato facile. Qui a Termoli ho trovato molte difficoltà per l’età, per non avere un pezzo di carta, per non avere l’allenamento. Però mi sono data da fare, ho scaricato app di cuochi, di ristoranti, e tutt’ora faccio. Poi ho fatto qualche lavoretto: pulizie e assistenza agli anziani. Ma l’ho fatto perché io ho sempre lavorato, per me è tassativo, soprattutto per una donna: il lavoro, perché il lavoro è libertà, poi essendo tedesca ce l’ho proprio nel DNA. Me lo hanno trasmesso anche i miei genitori che sono stati emigrati in Germania. E poi sono arrivata a un certo punto che pensavo: “se non sono andata a 18 anni a chiedere i soldi a mio padre, non è possibile farlo ora”. Per me è una cosa umiliante, io me la sono sempre vista da sola, e voglio continuare così.

Un giorno, ricordo che stavo tornando a Montecilfone, parlavo con una signora e le ho detto: “Sai, mi piacerebbe lavorare nell’ambito della ristorazione, del turismo”, e ho pensato: “Farò un lavoro stagionale, così non dovrò neanche pagare l’affitto per i primi tempi, andrò in una situazione in cui vitto e alloggio sono compresi, e vediamo come procedono le cose”. Quel giorno non lo dimenticherò mai, pensavo lei scherzasse, perché mi ha detto: “Vuoi andare a lavorare a Tremiti?”.

Dopo due settimane feci un colloquio, e il 18 aprile dell’anno scorso partii per poi tornare il 7 ottobre. Un’esperienza bellissima, non saprei neanche come descriverla. Ho visto e vissuto situazioni straordinarie, anche se avevo molta paura, perché lo stare al Centro Diurno mi dava sicurezza, e poi essersi a confronto con la realtà, con la società, avendo una patologia, non era facile.

Lo vedo anche su me stessa: ho dei picchi in cui potrei spaccare il mondo, e dei momenti, come quello che sto attraversando ora, in cui ho la totale assenza di stimoli e di sensazioni. Il fatto che non mi piaccia neanche stare in cucina per me è un sintomo che qualcosa non va, infatti non sto attraversando un bel periodo. Mi ripeto ogni giorno che il periodo ha un inizio e una fine, però so che va avanti così da quando sono tornata da Tremiti a oggi. Poi alterno, due giorni attiva, due giorni non riesco neanche ad alzarmi dal letto, e se penso all’esperienza fatta a Tremiti, in cui sono stata gratificata sia economicamente che umanamente, dove tutti hanno abbandonato la nave, sono rimasta sola, alle 4.30 ero al porto a vedere se arrivavano le barche, e ora ho difficoltà anche ad andare al bagno certe volte, vivo uno stato di apatia. A prescindere dal motivo comunque io so che questa situazione c’è, anche andando al Centro Diurno dal Dottor Malinconico, dalla psicologa…ma mi è stato ribadito che se non parte da te qualcosa…Tante amiche mi chiedono perché non rispondo al cellulare, ecco, in questi momenti io mi isolo, invece dovrei fare tutto il contrario, però non so, a 42 anni sto rivivendo una seconda adolescenza, un momento di ribellione, in cui trovare lavoro è difficoltoso, sentirsi dire a 42 anni: “Sei vecchia per lavorare”.

Prima venivo in appartamento con tanto entusiasmo, ma ora mi sta stretto anche questo. La mia idea, oggi come oggi, è avere delle certezze: vedo Valeria in un monolocale in cui è lei a pagarsi le bollette. Per me quello è sintomo di star bene, d’indipendenza. Io ora sono parte di un progetto, sono io a dirigere l’orchestra, e l’appartamento mi ha aiutato tantissimo, anche a confrontarmi con altre persone, però ora vedo che mi sta stretto. Mi vedo da sola in un monolocale, e che vado a pagarmi la bolletta, perché per me quella è dignità. Infatti penso di tornare a Tremiti e vivere per conto mio, perché, vuoi o non vuoi, questi miei momenti si ripercuotono anche sulle altre persone, la convivenza è difficile.

Vuoi lanciare un messaggio a chi ti ascolta?

Il messaggio che volevo dare è: comunque dalla depressione non si esce, però si può cercare di gestire. Costa chiedere aiuto, però io ho trovato delle persone specializzate nel loro lavoro, ma poi la cosa bella è che poi si instaura un rapporto proprio a livello umano. Certe volte vale più della qualifica o della specializzazione che hai, è proprio entrare in contatto con il paziente. Anche se secondo me non sarà mai possibile, però non bisogna avere paura di ammettere i propri limiti, come dire: “io soffro di depressione”, perché non è una vergogna, è una malattia, e non è pazzia, anche se poi nella vita un po’ di pazzia ci vuole, sennò è una cosa troppo piatta, ci vuole un po’ di movimento. L’unica cosa che posso dire è che io l’ho vinta soprattutto con un lavoro mentale, personale, perché ci possono essere i dottori, la psicologa, ma comunque lo devi volere, lo devi volere talmente tanto da tirar fuori le unghie. E mi ricordo che quando stavo male presi come ispirazione i film di “Rocky”, e la frase che mi rimase più impressa è “non è importante quante volte cadi, ma l’importante è rialzarsi”. Anche se in questo momento non è una frase che mi appartiene, nonostante tutto sono ottimista, credo in me, ho fatto tanti passi avanti. E’ un momento che fa parte di Valeria. Per gestire la depressione bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto, bisogna soprattutto andare nei centri che ancora vengono visti come dei manicomi: se dici “vado al CSM” si vede dallo sguardo dell’altra persona cosa ti vuole dire. Non bisogna essere ipocriti, la cosa funziona così.