Valentina Barone

Progetto FotograficaMente – Intervista a Valentina Barone

FotograficaMente ci ha fatto conoscere decine di persone, portatrici di storie preziose e interessanti da divulgare.

Oggi vi riportiamo quella di Valentina, assistente sociale presso il Centro Socio-Lavorativo “Francesco Auciello”, satellite del Centro di Salute Mentale di Termoli (CB).

Professionista giovanissima, è tornata al CSL dopo aver frequentato diversi luoghi dediti alla riabilitazione di persone con disagio psichico per motivi di studio e passione.

Ci ha raccontato cosa voglia dire lavorare in un posto in cui è la relazione ciò che fa la differenza, a prescindere dalle cure terapeutiche “tradizionali”, così come può intenderle un profano, che si pianificano per il paziente.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Valentina, parlaci di te…

Sono Valentina, ho 26 anni, e sono un’assistente sociale. Ho appena concluso il mio percorso di studi, iniziato sei anni fa, prima con la triennale in Scienze e Servizio Sociale e poi in Politica e Management per il Welfare. Lavoro da pochissimo nel Centro Socio Lavorativo (CSL), che è un satellite del Centro di Salute Mentale (CSM). Questo percorso è terminato dopo un’esperienza di Servizio Civile, che però non è stata la mia sola esperienza nei centri di salute mentale, perché ho iniziato con il tirocinio della triennale. Infatti, grazie all’assistente sociale che mi ha seguita, ho potuto conoscere questi luoghi, che a me erano sconosciuti. Le prime esperienzesono state, diciamo, traumatiche, perché non avevo proprio la capacità di approcciarmi all’utente psichiatrico

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo tipo di percorso?

Come già detto, ho iniziato grazie al percorso di studi, in quanto la professione di assistente sociale lavora in varie aree di intervento, che sono: i minori, la tossicodipendenza, gli anziani eccetera. Quindi va a ricoprire una fascia di aiuto molto ampia. Ho iniziato questo percorso proprio grazie all’esperienza di tirocinio, che è stata di 1-2 mesi, e poi ho scoperto che è stata l’esperienza più produttiva e quella che mi ha motivato di più a continuare in questo ambito. Infatti ho avuto l’opportunità di partecipare a un avviso pubblico del servizio civile, ed ho trovato che il CSM partecipava, soprattutto l’associazione “Incontrarsi”, che è l’associazione di famigliari che collabora come il CSL e il Centro Diurno alla realizzazione degli interventi per l’utenza psichiatrica. Quindi ho iniziato questo percorso, mi sono subito appassionata e ho cercato di mettere in campo quelle che erano sia le esperienze formative, ma anche quelle personali, in quanto sono stata Valentina, in un certo senso, con i pregi e difetti, quindi anche sbagliando. Ho imparato molte cose, come l’approccio con l’utenza. Non è una professione facilissima, in quanto hai a che fare con diverse tipologie di persone, che non solo hanno delle difficoltà relazionali, di vita, famigliari, ma anche difficoltà proprio ad approcciarsi con il prossimo. Quindi bisogna trovare anche il modo in cui entrare nella vita degli altri e rispettare i tempi. Questa è stata, diciamo, l’esperienza che mi ha portato, ad oggi, ad essere un operatrice, in quanto dopo un percorso di anno di servizio civile sono state apprezzate le mie capacità e la mia professionalità, e mi ha portato ad essere assunta dalla cooperativa che si occupa del CSL.

Cos’è per te il CSM? Come ti poni rispetto allo stigma che spesso filtra le questioni legate al tema della salute mentale?

Il CSM è un servizio a disposizione dell’utenza psichiatrica, quindi per le persone che hanno un disagio psichico. Penso che sia una risorsa per queste persone, in quanto permette di conoscere le proprie patologie o realtà che vengono nascoste dalle famiglie o proprio dalla persona che ne soffre. Quindi è un luogo che permette anche di far conoscere alla popolazione attraverso opere di sensibilizzazione di informazione alla cittadinanza e, inoltre, è un luogo di riabilitazione psichiatrica che viene effettuata proprio dai centri satelliti del CSM, che sono il Centro Socio Lavorativo, il Centro Diurno e la Comunità “Il Casone” di Casacalenda. Poi abbiamo l’associazione “Incontrarsi” che si occupa di aiutare le famiglie, di ascoltarle, di proporre attività per loro. Quindi penso che il CSM sia un luogo di ascolto e di apertura verso la salute mentale, che è, possiamo dire, un po’ il lato buio della nostra società, perché il problema principale è la poca conoscenza e informazione di questi luoghi, di cosa si fa e cosa facciamo per le persone, e cosa fanno loro per noi, perché gli utenti sono persone ricche, colte, e ogni giorno a noi operatori ci riempiono di ricchezza, di bellezza, perché conosciamo lati che spesso loro tengono nascosti. Loro hannopaura di essere conosciuti dalle persone e non vogliono far conoscere le loro fragilità e i loro limiti. Tutte le persone “normali” hanno i propri limiti e le proprie difficoltà, loro qui riescono a metterle in mostra e noi lavoriamo proprio anche per portare la consapevolezza che possano essere loro stessi anche al di fuori. Purtroppo loro incontrano dei limiti e questo è colpa dello stigma. Questi limiti sono dovuti, come ho detto prima, alla poca informazione e quindi alla paura della salute mentale, perché purtroppo il disagio psichico è visto come qualcosa di irrisolvibile e di qualcosa di pericoloso, anche i mass-media ci riportano solo la pericolosità sociale della salute mentale e non quello che è la bellezza di queste persone. Io penso che la cura principale sia la relazione con le persone e se noi tendiamo a tenerle distaccate, loro si sentono malate e quindi si comportano come tali, invece se trovano una cittadinanza aperta a conoscerli, e a conoscere quelli che sono i loro limiti, non devono mettersi una maschera ed essere persone che realmente non sono. Quindi, per quanto riguarda lo stigma, è veramente un tema difficilissimo, e penso che bisogna prima partire dalle scuole, dai bambini, proprio a far conoscere che non vi è diversità, quindi stare in relazione con queste persone normalmente, senza premettere “lui è malato” ed “io sono normale”, ma anche per qualsiasi tipo di diversità, l’immigrazione e quant’altro. Quindi è un tema molto difficile da affrontare, in quanto si è rimasti anche ai manicomi, perché possiamo dire che la rassegna cinematografica, l’informazione, i documentari sulla salute mentale, vertono solo sui manicomi, sugli OPG, che sono sempre delle strutture penitenziarie che sono statie chiuse, che erano luoghi di detenzione e di dolore per le persone. Venivano rinchiuse persone con pericolosità sociale e quant’altro. Quindi si ha sempre il timore di essere attaccati da una persona che soffre di un disagio psichico. Quello che si dovrebbe fare è far conoscere la quotidianità di queste persone, che svolgono una vita normale come tutti noi, escono a fare la spesa, hanno amici, vanno al ristorante e speriamo anche che questo documentario riesca a farci conoscere, perché anche noi operatori viviamo in questi contesti e abbiamo difficoltà a relazionarci con l’esterno, perché quando raccontiamo cosa facciamo veniamo elogiati come dei supereroi, ma in realtà è un lavoro bellissimo, perché non siamo dei supereroi ma aiutiamo per essere aiutati. Insieme a loro cerchiamo di capire i limiti, come il modo di farlo conoscere alle persone. Io, per mia esperienza personale, ho avuto molta difficoltà all’inizio, soprattutto in tirocinio, a spiegare cosa fosse il centro di salute mentale, perché proprio nessuno sapeva cosa fosse, mi dicevano “ma tu sei matta ad andare in un posto del genere? Se ti seguono? Se ti parlano”, soprattutto la mia famiglia aveva timore, perché aveva poca conoscenza. Poi, grazie alla mia esperienza e quello che gli riportavo ora sono tranquillissimi, anzi vogliono sapere cosa facciamo e vorrebbero anche conoscere questi luoghi e queste persone, perché gli ho raccontato una realtà che è normalissima. Questo si dovrebbe fare nella società, raccontare quegli spazi di vita che non sono film dell’orrore, ma sono spazi di vita quotidiana. Questo penso sia il modo per avvicinare la società alla salute mentale.

Raccontaci un’esperienza che hai vissuto e che ti ha particolarmente colpito

Per quanto riguarda le mie esperienze personali, di momenti di servizio civile e volontariato che mi sono rimasti impressi ce ne sono tantissimi, perché ho iniziato sei anni fa con il tirocinio e sono ritornata un anno fa, e ho ritrovato persone completamente cambiate, grazie anche al lavoro degli operatori, dei tecnici del centro di salute mentale, che prima le conoscevo come chiuse e riservate, adesso completamente aperte, disponibili, pronte alla relazione. Ad esempio, un utente, l’avevo conosciuto come una persona completamente isolata, non si relazionava con nessuno, anzi avevo anch’io un po’ paura di lui, a parlare e a relazionarmici, però ad oggi l’ho riscoperto come una nuova persona, anzi super disponibile, mi cerca, parliamo. Ancora, le esperienze in equipe, che sarebbe un incontro con diversi professionisti, i tecnici del csm che sono psicologi, assistenti sociali e psichiatri, e con noi, che siamo i servizi satelliti, ci aiutano a conoscere la persona dal loro punto di vista. Quando noi, poi, li andiamo a conoscere nella vita quotidiana, attraverso le nostre attività di laboratorio, riscopriamo altre parti che non si vedono in uno studio o in una stanza, e quindi vedere anche i progressi di persone che vengono descritte come incapaci a fare tutto, poi vedere i piccoli progressi nel passare del tempo, è miracoloso. Infatti già in un anno, da quando ho iniziato, si vedono persone completamente cambiate.