Rosemary Angileri

Progetto FotograficaMente – Intervista a Rosemary

Per il nostro documentario sulla salute mentale abbiamo coinvolto diversi giovani professionisti.

Rosemary, un’assistente sociale che opera al Centro di Salute Mentale di Termoli (CB), è una di loro.

Dopo la laurea, grazie a un bando per il Servizio Civile. è tornata nel luogo in cui svolse il suo primo tirocinio da studentessa.

Le abbiamo chiesto cosa l’abbia spinta a fare l’assistente sociale, cosa rappresenti per lei lavorare in un CSM e cosa pensi dell’atteggiamento con cui, spesso, molte persone si approcciano alle problematiche legate alla salute mentale.

Ecco cosa ha risposto…

Ciao Rosemary, parlaci di te e dicci cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso…

Mi chiamo Rosemary, ho 25 anni, mi sono laureata nel mese di luglio dell’anno scorso e mi sono abilitata come assistente sociale da circa due mesi. Ho affrontato questo percorso senza mai fermarmi negli studi perché quando ho scelto di intraprendere gli studi di servizio sociale ero abbastanza decisa, e poi ho continuato con la laurea specialistica in Politica e Management per il Walfare. Vivo a termoli da 15 anni e, diciamo, che mi sono ambientata abbastanza bene. L’aspetto del sociale mi è sempre piaciuto, forse un po’ per esperienza personale: in famiglia sempre tematiche delicate, i miei genitori mi hanno sempre mostrato quella che è la realtà, mi hanno insegnato a non accettare quello che mi dicono gli altri, ma criticarla anche e andare nel fondo delle cose. I miei genitori sono separati, quindi forse questo mi ha portato un po’ ad avvicinarmi alle tematiche sociali e , diciamo, che ho avuto sempre una predisposizione all’empatia. Riesco facilmente a mettermi nei panni degli altri, mi piace conoscere gli altri, ascoltarli soprattutto, perché ho capito con il tempo che ascoltare gli altri è importante.

Cos’è per te il Centro di Salute Mentale?

Il CSM l’ho conosciuto per caso, alla triennale ho fatto un tirocinio formativo di 225 ore e l’ho svolto all’interno del Centro di Salute Mentale di Termoli. Diciamo che la scelta è stata residuale, nel senso che altri enti non erano disponibili, quindi mi hanno accolta qui. Inizialmente ero un po’ scettica, perché mi avevano allarmata, preoccupata, dicendo “stai attenta”, “non ti esporre troppo”, comunque è una problematica abbastanza seria, quindi difficile da affrontare. Però poi, non appena sono entrata a far parte dell’organizzazione e in contatto con gli utenti, le professionalità, con gli operatori, ho scoperto e ho capito anche cosa significa stare a contatto con persone che, comunque, ogni giorno hanno un disagio, non vivono la realtà come la viviamo noi, ma non perché siamo diversi, bensì perché hanno delle difficoltà… e spesso ci soffermiamo sul concetto di difficoltà come se fosse qualcosa di preoccupante, non accettabile. Alla fine tutti quanti hanno delle difficoltà, solo che loro hanno problemi nell’affrontarle e hanno bisogno di qualcuno che li affianchi per poterle superare.

La mia tutor mi ha avviata in questo percorso e poi ho seguito la strada da sola. Ho capito tante cose, anche perché studiando le impari, ma poi applicarle è diverso. Ho anche sviluppato una tesi, alla triennale, sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, gli OPG, che erano le vecchie strutture dove venivano internati coloro che hanno disturbi mentali e commettono dei reati. Quindi ho affrontato quella tematica, ho parlato delle nuove strutture che sono più orientate sul risocializzare, integrare, rieducare e anche curare, perché l’aspetto sanitario è sempre presente. Poi mi sono distaccata da questo ambiente per un po’ di anni, perché ho continuato gli studi, ho visto anche altre realtà, ho cambiato città e poi sono ritornata di nuovo qui. Mi si è presentata l’occasione di poter svolgere il servizio civile, che è un bando che fanno annualmente e che ti da la possibilità di entrare in un ente per un anno a lavorare. In teoria è volontariato, ma c’è un piccolo compenso mensile, e ho scelto questo ente perché il progetto mi piaceva molto ed era affine a quelli che sono i miei interessi. L’ambiente già lo conoscevo, quindi come tematiche – quelle sociali in generale, ma nello specifico questa – mi stanno molto a cuore… e allora ho deciso di intraprendere questo percorso. Ora sono al terzo mese, ho imparato a conoscere l’ambiente, l’organizzazione, cosa significa salute mentale, come vieni vista dagli altri e che, spesso, il problema non è che i cittadini comuni la escludono, ma in realtà è che anche proprio i servizi sanitari, sociali, quindi il Comune, spesso la tralasciano. Al contrario vedo come ogni professionalità riesce a coinvolgere le persone, si lega ai servizi di base, coinvolge le famiglie, quindi crea una rete vera e propria – quella a cui tutti aspiriamo – intorno a quello che è poi la persona. Ho intrapreso questa esperienza e mi sta dando tanto, sia a livello professionale sia dal punto di vista delle convinzioni sulle mie scelte professionali.

Come ti poni rispetto allo stigma e al pregiudizio che, spesso, aleggiano attorno al tema della salute mentale?

Io penso che, purtroppo, lo stigma è una tematica che ci rappresenta da tantissimi anni, come hanno dimostrato studi, persecuzioni, all’epoca c’erano anche i roghi dal per questioni religiose, quindi abbiamo stigma di ogni genere, che possa essere sociale, economico e così via… è una cosa da cui non possiamo prescindere, perché la società, basandosi su schemi e modalità di azione sempre ripetitive, fa si che la storia si ripeta sempre, è una tematica che ci appartiene. Se non esistesse lo stigma non esisterebbe la mia professionalità, perché l’assistente sociale, diciamo che, parte proprio dal problema di quello che è lo stigma e da come veniamo visti dagli altri. A me lo stigma da, diciamo, delle opportunità, ecco, però non se ne può prescindere, non tanto perché da opportunità lavorative, ma perché abbiamo dei valori base, che in realtà non scegliamo noi, e che vengono a volte imposti dalla società, dalla massa, quindi possiamo definirla come una sorta di controllo… e combatterlo. So che non è semplice, però credo che informare, avvicinare, fare azioni di solidarietà, siano le cose che possano sconfiggerlo e in più, un aspetto su cui mi batterò sempre, è affrontarlo anche come tematica nelle scuole, partendo già dai bimbi piccoli, perché alle elementari si vede spesso che ad oggi c’è la presenza di persone straniere, persone con problemi famigliari. È difficile educare il bambino a non porre differenze tra le persone, ma credo che creare un’educazione a questo possa essere una delle opportunità migliori. E un aspetto che secondo me è importante è far capire che il diverso non è un problema, perché alla fine siamo tutti diversi, nessuno è uguale all’altro, non siamo ripetibili, ognuno è unico a modo proprio, quindi è come se ognuno di noi abbia un proprio stigma, io ho un pensiero nei confronti di un altro, ma magari non lo esprimo, lo penso e però, poi, lo analizzo, ci rifletto sopra e quindi vedo cosa a me può dare l’altro che è diverso. Quindi, io lo vedo come un arricchimento. Ora, porre le altre persone su questa via penso che sia un po’ difficile, perché creare dei pensieri comuni è più semplice, creare un gruppo che sia d’accordo verso un pensiero, purtroppo, punta a creare, appunto, stigma. Come il pensiero politico, che quando deve fare una campagna deve porre un percorso e a favore di una cosa e a sfavore di un’altra, e lì è come se già ponessimo uno stigma, perché dici che quella cosa va bene e quella cosa no. Quindi è come se vieni visto come un male a cui non ci si può avvicinare, che può intaccare la nostra quotidianità, quando invece in realtà li confronto con gli altri sarebbe solo un arricchimento.

Raccontaci un’esperienza che hai vissuto e che ti ha particolarmente colpito…

Allora, un aneddoto… di recente sono andata a Casacalenda (in provincia di Campobasso, n.d.r.), dove viene gestito un gruppo appartamento. Ci sono dei pazienti che vivono, appunto, in questo appartamento tutti insieme, con degli operatori che li coordinano e gli insegnano la quotidianità del vivere e del convivere, e poi c’è una comunità psichiatrica. Sono andata a pranzo lì perché sono stata invitata nel gruppo appartamento insieme all’assistente sociale che mi segue come tutor nel servizio civile. Si parlava del più e del meno, e ho visto come quello che raccontavano era vicinissimo a quello che succede a me quotidianamente. Erano andati al cinema, fanno tantissime attività di laboratorio, di club, di lingua, di arte, fanno tantissime cose. C’era un signore che mi continuava a guardare, e mi guardava, mi guardava, e mi ha detto – io avevo detto solo il mio nome – “ma tu sei un assistente sociale” e io ho detto “si, è vero, sono un assistente sociale, ma tu come fai a saperlo?”, e lui h risposto “ma io mi ricordo, tu sei venuta casa mia… si, si, sei venuta un paio di anni fa a casa mia con Piera” che era la vecchia assistente sociale. Praticamente questo signore si era ricordato che io avevo fatto una, una sola visita domiciliare insieme alla mia tutor, e lui si era ricordato il mio nome, il mio cognome e il fatto che io fossi assistente sociale, e questo mi ha fatto riflettere tantissimo, perché ho visto come noi operatori, ma anche semplici persone che passano di qui, lasciamo il segno per loro. Proprio per la questione dell’esclusione, dello stigma, non parlano con molte persone, e notano quando hai un interesse sincero nei loro confronti, lo captano, hanno, penso, una maggiore sensibilità di noi in questo verso, e mi ha lasciato senza parole, per cui ho detto “è vero, ora che ci penso, che mi fai riflettere, mi ricordo che sono venuta a casa tua” e lui ha detto”però ora ti sei fatta più bella” e io ho detto “grazie, anche tu, ti trovo meglio”. Quel signore aveva fatto un percorso, in quel periodo non stava bene, e dopo vari ricoveri e accoglienze in varie comunità ha intrapreso un percorso e ora a breve deve essere dimesso. Sta tornando nella propria quotidianità dopo questo percorso lunghissimo. Mi ha lasciato senza parole sapere che, non sapendo e non volendo, lasciamo un qualcosa dentro di loro e che se lo portano avanti, perché comunque da a a loro degli insegnamenti, ne fanno tesoro, cosa che noi non facciamo perché tralasciamo aspetti che spesso sono molto importanti.