Rosaria Fraia

Progetto FotograficaMente – Intervista a Rosaria

Rosaria è un’assistente sociale del Centro di Salute Mentale di Termoli.

Dopo alcune esperienze in settori affini è approdata in questo luogo per scoprire una realtà del tutto nuova e stimolante.

Ci ha raccontato di come sia bello condividere opinioni e progetti con collaboratori e colleghi per un unico, nobile, fine: il bene dei pazienti.

Ecco cosa ci ha raccontato…

Ciao Rosaria, presentati pure…

Buongiorno, io sono Rosaria e sono un’assistente sociale del Centro di Salute Mentale di Termoli. Sono l’ultima assistente sociale arrivata qui, lavoro in questo posto da quasi 10 anni e sono contenta di lavorarci. In questo momento a pensarmi da un’altra parte, con il mio profilo professionale, farei un po’ fatica.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo tipo di percorso?

La mia scelta di fare l’assistente sociale, come dire, è stata una scelta un po’ particolare, perché venivo da studi di ragioneria, da studi completamente diversi, però una sorta di interesse verso quelle che sono le relazioni e verso gli altri ce l’ho sempre avuto. Credo siano state queste le motivazioni che mi hanno portato a fare una scelta di vita completamente diversa dalla carriera scolastica iniziata, e negli anni ho avuto l’opportunità di lavorare in diversi servizi. All’inizio cambiavo ogni paio d’anni, ho lavorato anche in un centro di salute mentale in una realtà lodigiana e dopo un’esperienza in hospice particolarmente profonda e di cambiamento, durata qualche anno, sono approdata al centro di salute mentale di Termoli. E’ stata una scelta, all’inizio, non tanto basata sul tipo di lavoro e di persone con le quali poi si a ha a che fare, ma è stata una scelta, come dire, personale, di motivazioni personali, che alla fine mi hanno portato, fortunatamente, in questo posto.

Cos’è per te il CSM?

Questa è una domanda un po’ complessa, perché per me il centro di salute mentale è tante cose, è fatto da tante persone, e ogni persona porta con sé una professione, porta in sé il suo carattere, porta in sé una propria dimensione professionale. Per me il CSM è importante perché, da un punto di vista professionale, io non mi sento sola, sì… ho la mia responsabilità come assistente sociale, però ho modo di condividerla con gli infermieri, con medici e psicologi. Per cui il fatto di poter condividere insieme un’idea, un progetto, trovo che questa sia una cosa davvero straordinaria, perché così in qualche modo io non sono sola. Anche le cose che io penso che possano andar bene per un paziente, per esempio: pensare a un progetto, avere l’idea di poter condividere, non solo con la persona interessata, ma poi con i professionisti che mi circondano, mi aiutano spesso a rivedere quelle parti oppure a riprendere in considerazione degli aspetti che altrimenti da sola io, onestamente, non vedrei.

Come ti poni rispetto allo stigma e al pregiudizio che spesso affigge il tema della salute mentale?

All’inizio per me questo aspetto è stato un po’, come dire, difficoltoso e doloroso, perché, proprio avendo avuto esperienze in altri servizi e in un centro di salute mentale di un’altra regione d’Italia, avevo sentito un po’ meno questa parte difficile e dolorosa, soprattutto per le persone che se lo vivono. Chi si sente in qualche modo guardato in maniera diversa, osservato, tenuto a distanza, queste cose le avverte, le capisce subito. Per cui, insomma, dalle nostre parti purtroppo mi trovo a dire che questa realtà del pregiudizio ancora esiste, ed è molto diffusa. Però mi rendo conto che è una questione culturale, ma a volte proprio superficiale: chi è diverso da noi, si fa prima ad allontanarlo. Non c’è adesso, per quello che penso io, la curiosità dell’andare oltre la facciata, oltre l’aspetto, a volte anche oltre la puzza, perché non possiamo nascondere che alcuni dei nostri pazienti non è che sono proprio bellissimi, barba fatta, doccia tutte le mattine, a volte ti mandano con molta semplicità a “quel paese”. Forse quella semplicità e quell’essere se stessi che io ho trovato nei nostri pazienti, mi rendo conto, però, che per altre realtà è difficile da accettare e di riconoscere. Adesso, poi, che proprio il CSM si sta aprendo all’esterno e negli ultimi anni ci viene richiesto di avere a che fare con i tribunali, di avere a che fare con gli ospedali, con gli altri reparti che non sono strettamente i nostri, con le istituzioni, con i comuni, con le colleghe dei comuni. Io mi rendo conto, a volte, che proprio l’idea del matto è che bisogna chiuderlo da una parte e buttare via la chiave, e questa cosa c’è in alcune persone ed è difficile da sradicare, e questa è la guerra che io faccio, praticamente, quasi tutti i giorni.

Raccontaci un’esperienza che hai vissuto e che ti ha particolarmente colpito

Di aneddoti ce ne sono tanti, e anche perché credo che, caratterialmente, alcune situazioni proprio me le cerco mettiamola così. Però è forse la cosa che rispetto al pregiudizio può essere più d’aiuto. Qualche anno fa io sono stata catapultata – ero da poco arrivata qui al CSM – in un’esperienza di teatro fatta con un gruppo di pazienti psichiatrici e insieme a una cooperativa che si occupava di disabilità fisica di un paese qua vicino. Abbiamo fatto ben cinque spettacoli in cinque teatri. La cosa che ricordo – aldilà che noi ci siamo divertiti tantissimo – è che è stata un’esperienza bellissima: il copione ce lo siamo scritti noi, ci siamo scelti le parti e le abbiamo interpretate. Noi ci siamo veramente divertiti e goduti ogni istante, e vi dico, riportavo alle 3 di notte i ragazzi a casa loro, che di solito proprio per la terapia alle 9 di sera vanno a dormire, rendendo l’esperienza bella e stimolante. Siamo anche andati a trovare delle classi di 5° elementare in un paesetto dell’isernino. Abbiamo incontrato dei ragazzi di scuola media e dei ragazzi delle scuole elementari, poi siamo rimasti a pranzo con loro, e io vi dico, quella è stata l’esperienza più straordinaria, perché io sono sicura che quei ragazzi, li ho visti da come ci interrogavano, da come sono stati con noi, penso possano essere il seme per un domani senza paura del diverso, forse avranno pensato:”quelli che abbiamo incontrato, poi tutto sommato, non sono così diversi da noi”.