Jorge e Cam

Progetto FotograficaMente – Intervista a Jorge e Cam

Per raccogliere materiale utile al nostro progetto sulla salute mentale abbiamo seguito le attività del Centro di Salute Mentale di Termoli (CB).

Tra queste c’è il teatro sociale, per cui utenti e operatori si incontrano in un determinato periodo dell’anno con il fine di provare uno spettacolo – già andato più volte in scena negli ultimi due anni – appositamente ideato da Cam e Jorge, due maestri d’arte.

A tal proposito abbiamo pensato fosse interessante intervistarli, così da farci spiegare meglio come fosse nata l’iniziativa e per quali motivi.

Ecco cosa ci hanno raccontato…

Cam e Jorge, bentrovati, presentatevi pure e raccontateci un po’ di voi…

Cam:Beh, Cochi e Renato direbbero che sono una coppia di comici [ridono]. Tutti ci chiamano Cam e Jorge. Io sono Cam…

Jorge:Io sono Jorge.

Cam:Io sono italiana…

Jorge:E io sono tedesco.

Cam: In realtà lavoriamo insieme da, boh, oltre un ventennio. Ci occupiamo di arte e di teatro. Io sono, nella mia formazione, un’attrice teatrale, sono una trampoliere e un’esperta di pedagogia teatrale e artistica.

Jorge:Io di formazione sono scultore. Poi mi occupo anche di drammaturgia e di teatro. Gli spettacoli che allestiamo io e Cam delle volte hanno anche altri attori, musicisti, e vari…e poi mi occupo come lei di pedagogia teatrale e artistica.

Cam: Sì, potremmo dire che il nostro lavoro artistico è il sociale. Perché il teatro e le arti sono dei linguaggi che si prestano per elezione nella promozione, non solo del benessere della persona, ma anche della possibilità di proporre modelli di socializzazione.

Jorge:Come dire, portare fuori dai luoghi di cui siamo abituati, dove si trovano le arti: nelle gallerie, nei musei, nelle sale di concerto e nei teatri… noi facciamo un’altra cosa, portiamo il nostro atelier, il nostro palcoscenico verso gli altri, per cui i partecipanti possono direttamente fare un’esperienza creativa.

Cam: E da questo punto di vista noi siamo sempre in scena, e con noi anche tutte le persone che partecipano ai nostri laboratori. La scelta di lavorare nel sociale è una scelta che distingue fortemente il nostro lavoro poetico, proprio perché sono i luoghi della gente e i luoghi in cui l’essere umano può, come dice Goleman, negli spazi estetici, togliersi le maschere ed essere autenticamente se stesso.

Come siete arrivati al Centro di Salute Mentale?

Cam: Mah, non è la prima volta che noi lavoriamo con il Centro di Salute Mentale, lo abbiamo già fatto negli anni in altri luoghi, non è la prima volta che lavoriamo in contesti dove l’aspetto, diciamo, della malattia, è presente nella componente dell’essere umano. Per noi lavorare in un Centro Diurno, così come lavorare in una casa famiglia, lavorare in uno S.P.R.A.R., come lavorare in un università, in una scuola o in un centro sociale, o un campo profugo – come all’estero lavoriamo da tantissimi anni – non fa una differenza enorme, perché l’essere umano è l’essere umano e il suo bios agisce e reagisce con quello che è l’ambiente intorno, e quello che noi possiamo fare e, nella reciprocità, arricchendoci avvicendevolmente, donarci delle strategie per poter vivere meglio.

Jorge:E’ chiaro che, come da situazione stereotipata, c’è qualcuno che si occupa del cosiddetto disagio sociale, psicologico, o come volete chiamarlo. Per noi sono tutti spazi estetici, con le loro particolarità, come tutti i partecipanti che hanno le loro particolarità, anche i bambini di 5 anni hanno le loro particolarità, alcuni delle volte si trovano in periferie dove qualsiasi diritto del bambino è negato, delle volte vivono in zone più agiate, ma anche lì esistono delle situazioni per cui il sostegno alla creatività, alla corretta crescita dello schema corporeo, al realizzare noi stessi nella realtà e non essere nella dinamica dell’omologazione, sono negati.

Cam:Sì, è sempre un’opportunità lavorare nei vari contesti sociali, perché noi abbiamo rilevato che, nei luoghi cosiddetti luoghi “di benessere” o “dell’alta società”, ci sono dei malesseri, così come ci sono dei malesseri nelle zone emarginate dei quartieri delle città in Italia e all’estero.

Che rapporto c’è tra teatro e salute mentale?

Cam:Che rapporto c’è tra il pane e la marmellata, e il cioccolato? Che rapporto c’è… c’è l’essere umano e le relazioni umane, poi, i luoghi che stigmatizzano tendono a creare problemi alle persone che in un momento della loro vita hanno avuto dei problemi, e… ci sono situazioni in cui la capacità della reciprocità, come accadeva nelle tribù, è capace di accogliere anche le diversità che adesso noi chiamiamo “diversamente uguale”.

Jorge:Sì, come dire, il teatro, come tutte le arti che si occupano di processi creativi, non tanto di didattica, che è un’altra cosa che appartiene alla formazione artistica, ma rispetto alla pedagogia teatrale, artistica, musicale, può essere anche la scrittura creativa e tante altre situazioni…perché sono così importanti? Può giovare molto alle persone, non solo a quelle con un disagio psichico, ma anche a quelle che si trovano un qualsiasi disagio: a lavoro, le persone di sedici, diciassette anni, con i loro problemi esistenziali… ma parliamo del disagio “forte”, come lo intendiamo, come quello che si trova in un campo profugo, o in un Centro di Salute Mentale, uno S.P.R.A.R., una periferia come Scampia – noi non ci abbiamo lavorato, ma in situazioni simili sì – perché il teatro funziona? Perché crea uno spazio libero da giudizi, da stereotipi, e da tutta una serie di situazioni che viviamo ogni giorno come pressione sociale su di noi, rivestiamo dei ruoli…nello spazio estetico del teatro queste cose vengono azzerate, e quindi possiamo superare corazze muscolari, possiamo rinvenire in noi stessi, cioè ci possiamo vedere mentre siamo in azione in completa libertà, senza giudizi, senza pressioni, del gruppo, dove tutti lavorano per se stessi e per tutti quanti in uno spazio-tempo dedicato solamente a questo: lo spazio estetico.

Cam:Sì, diciamo che nello spazio estetico – che può essere un qualunque luogo, perché in questa stanza io posso delimitare un quadrato e lo stabilisco, in convenzione con gli altri, come il mio spazio estetico – la grande possibilità è abbattere le barriere invisibili che veicolano i pregiudizi e gli stereotipi, ed è la possibilità di poter abbandonare tutte le varie armature che dobbiamo mettere durante il giorno e andare a trovare una dimensione autentica. Come dice il grande sociologo Sciarra: è un luogo dove i quattro beni relazionali possono essere recuperati, e con essi anche una capacità positiva con se stessi.

Jorge:Munari che dice?

Cam:Bruno Munari dice che un uomo creativo è un individuo che realizza se stesso nella società in cui vive, ma non è Munari, è Gianni Rodari. [ride]

Jorge:Hai ragione, cambio sempre, mi dovete scusare… quindi esiste un teatro classico, un teatro contemporaneo, esiste il teatro danza, il teatro degli oratori, esistono tantissimi teatri. Quindi esistono anche i teatri delle diversità, e cioè noi ci facciamo carico di queste diversità, qualsiasi esse siano.

Cam: Sì, forse anche per sostenere le nostre diversità…

Jorge: Probabilmente [ride]

Cam:Certamente…

Adesso lanciate un messaggio a chi ci ascolta…

Cam:Un messaggio per il mondo? Dobbiamo assolutamente entrare in un’ottica di ecologia della mente e capire che noi siamo in interazione con tutto se vogliamo avere qualche possibilità.

Jorge:Sì, sono d’accordo, probabilmente avrete già capito in questa intervista: l’ecologia della mente è una meta importantissima, anche nelle arti contemporanee. Da dopo la seconda guerra mondiale questo tema è diventato sempre più importante, da lì esce anche l’ecologia nel senso globale che investe l’ambiente, la persona, le società. Cioè questo è sicuramente un orizzonte in cui tutto ciò che facciamo si muove nel suo piccolo e nel suo particolare. Io sto con i ragazzi che finalmente sono tornati sulla strada, che chiedono, giustamente, a noi adulti, qualcosa che io ricordo bene, perché io come loro io sono sulla strada da quando avevo quattordici anni.

Cam:Possiamo dire che dai tuoi quattordici anni al 15 di marzo scorso c’è un filo per cui probabilmente la poca memoria delle persone dovrebbe fare i conti con questo enorme rischio di cambiamento della vita umana.

Jorge: Speriamo di sì…