I protagonisti – Giulia

Progetto FotograficaMente – Intervista a Giulia

FotograficaMente” ci ha permesso di interagire con decine di esperienze di vita e personalità differenti.

Oggi vi proponiamo l’intervento di Giulia, una donna che nella vita ha dovuto lottare per le proprie passioni, contro tutto e tutti.

Ci ha raccontato delle difficoltà che, ogni giorno, deve affrontare in nome di una vita cosiddetta “normale”, di cosa ci sia dietro a certe problematiche, quelle questioni di cui spesso si sa poco o nulla, indispensabili per evitare di formulare opinioni ed esprimere giudizi infondati.

La sua testimonianza è una rappresentazione significativa della società cui apparteniamo, quell’insieme di individui che preferiscono restare aggrappati alle proprie convinzioni, figlie di retaggi passati, preconcetti e luoghi comuni, anziché avvicinare ciò che èdiversoper conoscerlo realmente.

Ecco cosa ci ha raccontato…

Ciao Giulia, parlaci di te

Buongiorno, io mi chiamo Giulia e ho 43 anni. Sono nata a Termoli. Nel ’99 mi sono iscritta alla Facoltà di Lettere Moderne a Chieti, anche se ho perso qualche anno per problemi di salute, e quindi non mi sono licenziata, perché io ho fatto il liceo classico, però ho perso degli anni e quindi invece del ’93, mi sono licenziata nel ’97/’98. Poi mi sono iscritta a Chieti e mi sono laureata nel 2000 in Lettere Moderne, la vecchia laurea, i 5 anni previsti dallo statuto. Nel 2006 mi sono iscritta a una laurea specialistica – il mio sogno da bambina era di fare la giornalista – ad un’altra facoltà, alla Sapienza di Roma, una laurea specialistica in editoria e scrittura (giornalismo). Mi sono laureata per la seconda volta, poi ho fatto anche un master privato in comunicazione ed editoria. Purtroppo, poi, ci sono stati degli incidenti di percorso e non ho ancora realizzato i miei sogni.

Cos’è per te il CSM?

Innanzitutto è una struttura, dove incontro altre persone che come me hanno dei disagi psichici, problemi di patologie mentali, e anche un modo per stare insieme come se fosse una grande famiglia. Ci siamo affezionati anche agli operatori e tutto lo staff. È un modo per impegnare la mattinata, perché non saprei che fare, anche se mi sento frustrata. Di solito quando vengo qua mi porto da leggere e cerco di… io dico che vegeto, sto così a pascolare, a vegetare, però poi facciamo delle attività terapeutiche, ricreative, come il club psico-letterario, il cineforum. Io la mattina almeno ho uno scopo, fare qualcosa, trovarmi con altre persone, socializzare, confrontarmi. A volte mi sento avvilita, a volte depressa, diciamo che il mio disagio ha un luogo dove abitare.

Come ti poni nei riguardi dello stigma e del pregiudizio che spesso filtrano le questioni legate alla salute mentale?

Quello del pregiudizio e dello stigma è una problematica che a me sta molto a cuore e mi fa stare anche sulle spine, perché a volte mi sento…come dire… stigmatizzata, oppure mi sento non accettata, ho paura che le persone mi critichino, mi giudichino, come se mi perforassero, come se stessero lì a dirmi male, poi purtroppo provo anche rabbia, perché nella mia stessa famiglia invece di avere parenti che mi capiscono, che mi stanno vicino, che si fanno vivi, che mi chiamano, mi sembra come se mi hanno abbandonato, come se mi hanno voltato le spalle, perché non vogliono avere responsabilità, perché comunque è un problema. Mi sento un po’ la patata bollente, non che voglio fare la vittima, né che c’ho la sindrome di Calimero, però mi accorgo che quando sono morti i miei genitori, a distanza di due anni l’uno dall’altra, allora sono crollata, anche se io avevo disturbi già da quindici anni, 14/15 anni. Però, non ho detto anche un’altra cosa, che la mia grande passione era la pallavolo e quindi, io giocavo, mi allenavo, cioè rispetto ad altre persone con disagi, insomma, ho fatto esperienze sportive, anche a livello agonistico, e poi le lauree. Questo tema della discriminazione mi fa rabbia a volte, perché io non posso dire alle persone – a meno che non sia la mia psicologa o il mio psichiatra – “sto male, sto depressa, sto avvilita, mi sento giù, non so che fare, non posso lavorare e che ci faccio con le lauree”, mi sento frustrata perché la gente c’ha i problemi pure lei e subito mi banalizza e dice “tengo tanta depressione io…sto tanto male io, mica sei l’unica”. Non tutti capiscono, perché è una questione di ignoranza, le persone non hanno casi in famiglia e allora banalizzano, sottovalutano, dicono ” pure io, sapessi che depressione, che tristezza, che malinconia, mica sei l’unica ad avere alti e bassi”, quindi ti vergogni pure, cioè… no che ti vergogni, ma ti senti come se fossi un peso, e allora ho capito che devo essere diplomatica, e dire quando mi chiedono “come stai?” ” beh, andiamo avanti, insomma”. Perché se dovessi dire come sto veramente ad ogni persona, la dovrei avvilire, che non sto bene, mi sento sola, abbandonata, triste depressa, eccetera.

Vuoi lasciare un messaggio alle persone che non conoscono questa realtà e guarderanno questa intervista?

Mi piacerebbe che questi pregiudizi, questo stigma, questa ignoranza, tutto ciò che fa parte della salute mentale, queste barriere che spesso si mettono anche le persone “normali”, venissero abbattute, cioè guardare l’altro, non con il pregiudizio “questo è malato di mente, che sta dicendo!”, ma cercare una chiave di lettura per capire la sua psiche, il carattere, perché tutti noi, a prescindere dalle patologie mentali, psichiatriche eccetera, ognuno di noi c’ha un carattere, c’ha una personalità, c’ha uno stile, un modo di essere. Ecco, la sfida che io lancio è non avere paura, ma aprirsi all’altro, all’altro che è il diverso, il non io, cioè il diverso da me. Che sia diverso per colore di pelle, per religione, per cultura, per qualsiasi cosa e in particolare per motivi disagio psichico. Lo so, può sembrare un’utopia, però aprirsi, cercare di capire questa persona, perché ci può arricchire, perché sennò siamo schiavi anche noi del pregiudizio e dello stigma.